Montagne Verdi

“Mi ricordo montagne verdi e le corse di una bambina…”
La canzone di Marcella affiora improvvisamente in un lembo di distrazione della coscienza, parole che danzando prendono ritmo nella mia testa intrecciate a immagini dimenticate che riescono in pochi attimi a scatenare un oceano di emozioni. Un prato verde brillante punteggiato di bianco, testoline graziose che emergono ridenti spesso falciate a mazzi per ripetere il gioco crudele del m’ama non m’ama fin quando il responso non ha soddisfatto le nostre aspettative di bambine mascherate da vezzose piccole donne in preda ai primi palpiti adolescenziali. Una brezza leggera, le margheritine oscillano danzando assieme ai fili d’erba lucidati dalla brina del mattino. Distesa per terra li osservo da una strana angolazione. Mi sfiorano il viso. Mi conoscono. Sono cresciuta lì assieme a loro: ho assorbito i loro odori, li ho visti ingiallire e poi rinascere nutriti dalle piogge copiose dell’inverno. image Un colpo di vento e mi ritrovo in un piccolo giardino familiare. Schermaglie con mio padre per il possesso di quel fazzoletto di terra in cui, prepotente, coltivo i miei fiori che lui estirpa, come fossero infestanti, per coltivare prezzemolo e peperoncini. Nelle mie orecchie riecheggiano le sue parole: «È un verde inutile, non serve in cucina». E io lì a infilare dentro la terra bruna bulbi e ortensie che mi gratificano spuntando tra il suo prezzemolo, decorando il basilico gigante deputato a profumare le conserve di pomodoro, rito di fine estate di ogni famiglia calabrese, e scatenando il suo disappunto e le risate di mia mamma. Il vivace turchese dell’ortensia è ancora lì, in quello scampolo di terra che ha ascoltato con me per anni “Impressioni di Settembre”, colonna sonora della mia giovinezza felice nel cuore di una montagna che ancora mi emoziona. Angolo calpestato adesso da barbara progenie. Ma cosa importa, chiudendo gli occhi sento ancora l’odore resinoso dei pini, ascolto il canto del cuculo, rivedo le mie estati punteggiate di lucciole, piccoli astri nella notte profumata. E mi sento felice. Felice per aver sostenuto adorante il passo veloce delle stagioni. Vissuto i colori, gli odori, di un mondo che resterà per sempre nel mio cuore, come un gioiello inestimabile chiuso in uno scrigno del quale solo io posseggo la chiave. Interruttore che accende scintille tra i miei neuroni. Un solo ritornello, un profumo, un colore, mi danno la possibilità di aprire quello scrigno e riguardare quel tesoro. Che meraviglia la mente umana quando riesce ad aprirsi nelle contemplazione del suo mondo interiore. Cervello e cuore che si uniscono per elevarci a vette inimmaginabili se solo proviamo a catturare quel fugace lampo prima che svanisca. Piccoli varchi che si schiudono per nutrire anime assetate. Non lasciateveli sfuggire. È una porta che si apre per condurci alla felicità. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è già dentro di noi: gioia, emozione, generazioni passate e future. Siamo i detentori del tutto se solo troviamo il coraggio di confessarlo a noi stessi superando la vertigine che dà l’eternità.

Loredana Mazzone

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